Sei un attore speciale, unico, incredibile. Non ho mai avuto la fortuna di vederti dal vivo, anche perché i tuoi spettacoli più importanti sono arrivati quando ero ancora troppo piccolo. Ma prima o poi verrò a teatro, questo è certo.
Mi piacerebbe conoscerti e parlare con te per ore, magari davanti a qualche birra, perché in questi anni non sei stato soltanto un attore. Sei stato una voce amica.
Nei momenti più tristi e difficili, quando mi sentivo solo, tornavo ad ascoltare i tuoi spettacoli. E quella voce non si limitava a fare compagnia: accendeva curiosità, domande, voglia di capire. Mi hai fatto sognare più di qualsiasi film.
Il tuo è quasi un lavoro giornalistico sulle tragedie del nostro Paese, ma fatto con gli strumenti dell’arte. Hai difeso i deboli, i dimenticati, quelli che la storia rischia sempre di lasciare indietro. Più di tanti storici, hai tramandato la memoria e il ricordo, rendendoli vivi, umani, impossibili da ignorare.
E questo nuovo racconto sul Vajont è bellissimo proprio perché dentro si sente il tempo. Si sente che rispetto allo spettacolo straordinario di tanti anni fa qualcosa in te è cambiato. C’è più maturità, più complessità, più saggezza.
Ascoltandolo, ho avuto quasi la sensazione che tu lo stessi raccontando soltanto a me, seduti insieme all’osteria di Erto, davanti a un bicchiere. Non come qualcuno che tiene una lezione, ma come un uomo che parla a un altro uomo, con calma, e prova a spiegargli una storia enorme senza mai farlo sentire ignorante.
È questo il tuo dono più raro: riesci a parlare a chi non sa, senza semplificare il mondo e senza metterti sopra di lui.
Oggi, ascoltandoti, non sento soltanto un grande attore.
Sento un maestro, un mentore, quasi un amico.
Grazie, Marco, per tutte le emozioni che mi hai donato in questi anni.
"Non importa quanto sai del tuo mestiere, della tua professione. C'è una dote: si chiama diligenza, che si esprime impiegando tutto ciò che sai in relazione a quel che ti sta intorno. Implica una capacità di non sottovalutare il rischio, di tenere d'occhio quel che va al di là, ma soprattutto di prendere in considerazione, di immaginare ciò che non è facilmente concepibile"
Mi ricordo quella sera di 30 anni fa anch'io sono stato incollato allo schermo per la durata dello spettacolo. In quello spettacolo Marco disse "...ora andate là , mettete i vostri piedi sulla frana, e provare a spigarvela in un altro modo..." da allora non ho mai smesso, ho portato anche mio figlio. Grazie Marco !!!
Grazie Direttore Calabresi. Risentire Paolini è una grande gioia, nonostante il racconto di questa tragica storia. Paolini mi manca. Lo ascolto sempre, quando mi capita. Mi piacerebbe rivederlo a teatro. Ancora grazie!
Grande Marco Paolini! Anche io ricordo quella sera... avevo la febbre e non conoscevo Marco Paolini. Da quella sera è cominciato per me un viaggio. Grazie Marco Paolini!
questo è ancora meglio del primo. Paolini non ha ceduto alla più comune delle tentazioni: dare in pasto al pubblico la versione che piace e garantisce il successo ovvero quella che dice che sono tutti delinquenti/incompetenti e che la natura bisogna lasciarla stare. che bisogna usare le candele per far luce o stare al buio. racconta la storia nella sua complessità e con tutti i suoi problemi fatti di necessità e incertezze.
Continuerò ad ascoltare il primo spettacolo ancora ed ancora,ed ora ascolterò anche questo con i brividi che mi ha dato il primo grazie Marco grazie per raccontare ancora una volta questa strage annunciata
Erano trent'anni che aspettavo un nuovo racconto del vajont di Paolini. Trent'anni dal 1963, quando rimasi incollato per due ore e mezza davanti alla tv a scoprire una pagina nera di storia italiana. In questi trent'anni, (in cui tra le altre cose ho scoperto che la diga del Frejus si chiama Malpasset, e Paolini l'ha sbagliata anche questa volta😅) mi sono sentito obbligato a recarmi più volte a respirare quell'aria, a percepire quelle sensazioni e a condividere in parte quel dolore. E a documentarmi il più possibile su ogni cosa riguardasse il vajont. Ancora non mi spiego perché questa storia non venga raccontata nelle scuole medie, sui libri di antologia o di storia, oltre che negli atenei di geologia o ingegneria idraulica.
All'inizio due errori. Primo errore: La frana del monte Toc non si trova in provincia di Belluno, ma in Friuli. Secondo errore: l'onda su Longarone non è stata di venti metri, ma di duecento.
Grazie a Marco Paolini per aver rinnovato il ricordo di questa tragedia a così tanti anni di distanza, spero possa fare il terzo spettacolo fra trent'anni. Il primo è inarrivabile a mio avviso, nei momenti più bui arrivo ad ascoltarlo da una a quattro volte al giorno, lo so a memoria, ha un pathos ed un ritmo che raggiunge vette ineguagliabili. Rende l'idea del triste accaduto iniziando in miniera comica e distesa e procede via via in un crescendo di rabbia impotente per culminare nel dolore straziante e nell'immagine di un'Italia rurale che doveva essere ricostruita sui cadaveri di esseri umani, sulla tovaglia, che non potevano difendersi. Potrei ascoltarlo all'infinito e sarebbe sempre come la prima volta. Grazie a Chora Media per aver divulgato anche quest'ultima opera🙏
Caro Paolini, sono di Vittorio Veneto (sotto Nove 😅). Ero alle scuole medie quando mi sono gustato il tuo bellissimo racconto del Vajont in televisione. Adoro il tuo lavoro e anche questo racconto sul Vajont un po’ più aggiornato che ho appena ascoltato è coinvolgente al massimo. Bellissimo il film “La pelle dell’orso” grazie al quale ho visto ricostruite al meglio alcune tradizioni montanare venete (nelle scene all’inizio del film) che mi aveva raccontato a casa sua il compianto Gianluigi Secco dei Belumat. Unico appunto, Biadene si chiamava Alberico, non Ulderico.
Il disastro del Vajont è e rimarrà sempre la più grande sciagura , con colpa successa in Italia. Il colpevole maggiore sappiamo chi è stato e con lui anche quello che si è suicidato , che qualcosa aveva capito ma nn ha avuto il coraggio di allarmare le comunità, secondo me anche un altra persona aveva capito, ma idem con patate, ci fosse stato ancora l' ingegnere capo forse avrebbe fatto qualcosa , chissà , bisogna dire che sono stati ANCHE sfortunati , le vittime e i superstiti hanno tutte le ragioni del mondo , persone meravigliose , Renato , Gianni , Micaela, Mauro , Elsa ,Gervasia e via tutti gli altri ,li chiamo così perché è come se fossero x me amici o parenti tanto li sento vicini , ( sono di Roma all'epoca avevo 9 anni )sono stato a Longarone , Casso , Erto e alla diga una emozione incredibile , sono contento che abbiano ricevuto le visite del papa e le scuse del presidente della repubblica e altre personalità oltre che essere ricevuti in Vaticano , una seppur piccola briciola di riconoscenza degli errori commessi all'epoca che è costata la vita a tanti bambini e adulti.
Sei un attore speciale, unico, incredibile. Non ho mai avuto la fortuna di vederti dal vivo, anche perché i tuoi spettacoli più importanti sono arrivati quando ero ancora troppo piccolo. Ma prima o poi verrò a teatro, questo è certo.
Mi piacerebbe conoscerti e parlare con te per ore, magari davanti a qualche birra, perché in questi anni non sei stato soltanto un attore. Sei stato una voce amica.
Nei momenti più tristi e difficili, quando mi sentivo solo, tornavo ad ascoltare i tuoi spettacoli. E quella voce non si limitava a fare compagnia: accendeva curiosità, domande, voglia di capire. Mi hai fatto sognare più di qualsiasi film.
Il tuo è quasi un lavoro giornalistico sulle tragedie del nostro Paese, ma fatto con gli strumenti dell’arte. Hai difeso i deboli, i dimenticati, quelli che la storia rischia sempre di lasciare indietro. Più di tanti storici, hai tramandato la memoria e il ricordo, rendendoli vivi, umani, impossibili da ignorare.
E questo nuovo racconto sul Vajont è bellissimo proprio perché dentro si sente il tempo. Si sente che rispetto allo spettacolo straordinario di tanti anni fa qualcosa in te è cambiato. C’è più maturità, più complessità, più saggezza.
Ascoltandolo, ho avuto quasi la sensazione che tu lo stessi raccontando soltanto a me, seduti insieme all’osteria di Erto, davanti a un bicchiere. Non come qualcuno che tiene una lezione, ma come un uomo che parla a un altro uomo, con calma, e prova a spiegargli una storia enorme senza mai farlo sentire ignorante.
È questo il tuo dono più raro: riesci a parlare a chi non sa, senza semplificare il mondo e senza metterti sopra di lui.
Oggi, ascoltandoti, non sento soltanto un grande attore.
Sento un maestro, un mentore, quasi un amico.
Grazie, Marco, per tutte le emozioni che mi hai donato in questi anni.